We Are Who We Are, la recensione della serie di Luca Guadagnino
Su Sky Atlantic
Di Francesco Pozzo
I’m living with war in my heart everyday.
Com’è bello il mondo di Luca Guadagnino. Un mondo utopico in cui non esistono minoranze, pregiudizi, differenze di classe ed etichette idiote. O meglio, esistono: eccome se esistono, ma stanno al di là, come sfocate, lasciate sullo sfondo: presenze incombenti che permeano tutto come una coltre. Il mondo fuori. Bernardo Bertolucci. As always.
E così, a dispetto dei conflitti, della confusione, delle solitudini e delle rabbie più o meno malcelate, dello spaesamento, delle incostanze della stagione dell’adolescenza e delle minacce concretissime dell’oscuro momento storico che stiamo affrontando, il mondo di Guadagnino assume ancora una volta le forme di un piccolo e salubre miracolo: un magico antidoto alle (molte) brutture e degenerazioni del presente che è il frammento cristallino di uno spazio puro e incontaminato: lo spazio del cinema. Una dimensione altra.
L’esatto opposto, insomma, della fosca e avvelenata America di Donald Trump (insieme a tutti i suoi più o meno degradati corrispettivi internazionali), ombra oscura che aleggia e s’allunga come uno spettro malefico dagli schermi televisivi sempre accesi di un Paese smarrito e lacerato creando un malessere inconscio che dal microcosmo messo in scena si estende fino al mondo reale, quello di noi tutti, e sul quale occorrerebbe riflettere: espediente narrativo e presagio latente d’indubbia efficacia e potenza figurativa.
La serie (o film? Anche questo, ci insegna Guadagnino, non è poi così importante) è ambientata nel 2016 (annus horribilis della prima candidatura di The Donald, cristallino epigono berlusconiano) nel territorio di confine di una base americana situata in un’Italia mai oleografica ma sempre inedita e fertilmente misteriosa: una zona a sé stante resa sensuale anche nei suoi più segreti anfratti grazie alla finezza dello sguardo e all’acume della sceneggiatura del regista e di Paolo Giordano e Francesca Manieri, capaci di osservare con candore e nitidezza lo spettro delle relazioni umane e le peculiarità di ogni ambiente trasfigurandole con nitore e intelligenza viva e sorprendente (che bello trovare qualcuno che si ricordi ancora dell’importanza dei dettagli: un antidoto alla genericità imperante).
Ed è sinceramente rinfrescante, di questi tempi e in questo mondo così piagato, minacciato, impaurito, abbruttito e abbattuto da ingiustizie e calamità di ogni sorta, molte delle quali difficilmente controllabili, poter godere di un prodotto così trasparente e rigenerante, semplice ma complesso, commovente e delicato. In una parola: libero. Libero da formule e pretestuose costrizioni filmiche; libero di restituirci un’atmosfera prima che una storia; libero di posare lo sguardo dove e come più gli piace; libero di sperimentare con le forme del linguaggio audiovisivo (bellissimi i freeze-frames memori de La jetée); libero di esplorare e giocare con le infinite possibilità che il cinema offre e con i corpi di attori autentici e poliedrici: una libertà formale che si propaga e si riflette sui rapporti dei personaggi messi in scena seguendo un’idea bressoniana di cinema e di recitazione che cattura la vita annullando tutto ciò che è superfluo e artificioso, e che ci allontanerebbe dunque, illusoriamente, dal reale.
Sta a noi aggiornarci, “stare al passo”, dice a un certo punto il compianto Karl Lagerfeld attraverso lo schermo di un iPad nel buio di una stanza: chi rimane indietro, ancorato al passato e a sommarie e castranti definizioni, è perduto, destinato a fossilizzarsi: e chi sceglie di non abbandonarsi all’altro accogliendolo in tutta la sua composita e cangiante ricchezza riconoscendo in esso un’indispensabile e benefica fonte d’accrescimento umano e culturale è destinato a rimanere solo, isolato nella sua chiusura.
Guadagnino lo capisce molto bene e si conferma uno dei pochissimi cineasti in grado di cogliere ed esplorare a fondo i sentimenti e la stupenda indecifrabilità dell’adolescenza (dote rarissima), a capirne e a restituirne i colori e le amarezze, i tumulti e le tristezze, le contraddizioni e le ambiguità, i frutti proibiti e la vitale e insopprimibile necessità dell’immaginazione e dei sogni: della preziosa capacità di poterci illudere di costruire i nostri mondi e il nostro futuro a dispetto delle frustrazioni dei nostri padri, dei fallimenti dell’età adulta e di tutte quelle angosce che si riverberano su ogni adolescente più o meno perduto che, spesso ad insaputa di chi l’ha cresciuto, non trova stimoli, ideali e modelli nella realtà in cui gli è dato vivere.
Perché l’immagine di Trump, con il suo odio pervasivo e col selvaggio innalzamento dei suoi muri, non è un semplice e antitetico parallelismo, ma la perfetta personificazione della paura incombente del Male e della guerra, di tutto ciò che non funziona nell’America e nel mondo contemporaneo: di tutto quello di cui non troviamo il coraggio di parlare. Degli effetti catastrofici della violenza (della guerra ma non solo) e della radicale influenza che questa esercita sulla psiche di chi la subisce; e quindi dell’intolleranza, del dolore, della malinconia e dell’inquietudine che permea i silenzi delle nostre vite.
È un (lungo) cammino di ricerca dell’identità, We Are Who We Are (sottotitolo altrettanto azzeccato: Right Here Right Now), un viaggio nelle incertezze e nelle titubanze della giovinezza e un piccolo, grande idillio sull’incanto e le sfumature del cosmopolitismo, del vivere insieme e del (ri)trovarsi; una pacata riflessione sull’inafferrabilità del desiderio e sulla liberazione concreta e simbolica dalle prigioni mentali e materiali che ci tarpano le ali; un invito sussurrato a conoscersi meglio per capire cosa vogliamo e ci aspettiamo dagli altri ma anche sul piacere di donarsi a questi con compassione ed umanità, che è poi in fondo il senso dell’esistere.
Perché se Call Me by Your Name era una splendida meditazione sulla trasmissione della conoscenza e sulla ricerca e l’accettazione di sé stessi (anche) attraverso la sfera sessuale, We Are Who We Are è il ritratto luminoso della scoperta più intima del proprio io al di là di ogni finzione ed artificio: un tuffo nella nostra essenza oltre il superamento dei generi biologici e di qualunque sterile e soffocante banalizzazione ed uno sguardo inedito e armonioso sull’imprevedibile evanescenza degli affetti umani: su quei comportamenti e quelle affinità elettive che, come insegnano Goethe e Aristotele, non sono mai ricavabili da convenzioni o principi predeterminati.
Le persone, sembra suggerirci Guadagnino con la magnifica sensibilità che lo caratterizza, amano incapsulare le cose in definizioni. Succede con i libri, con i quadri, con i film (si pensi ad un regista che si allontana dal proprio tracciato, uno su tutti: Hitchcock con Vertigo, ma l’elenco sarebbe lungo): quando non si riesce ad inquadrare qualcosa e non si ha la pazienza e la volontà di comprenderla, la si rigetta. E così accade, appunto, con le persone. La diversità spaventa, sconcerta, destabilizza. Mette in difficoltà. Lo scontiamo quotidianamente, indirettamente o meno, sulla nostra pelle, ed è questo il triste lascito di ogni politica di chiusura e del più becero reazionarismo.
Ma come potremmo capire chi siamo e cosa vogliamo senza riflettere a fondo e lavorando prima su noi stessi e sui livelli della nostra interiorità? Come potremmo definirci uomini se conduciamo una vita ad insaputa di chi siamo realmente? E in che modo potremmo acquisire una nuova consapevolezza se non aprendoci alla molteplicità dell’altro abbattendo ogni sterile costrizione mentale e schema predefinito?
Caitlin e Fraser, una criptica, quasi sfingea, e affascinante, l’altro introverso ma di contagiosa e variopinta esuberanza (proprio a rimarcare il totale affrancamento dall’aridità di ogni facile stereotipo), sono due atomi non catalogabili, schegge anomale e impazzite aliene a qualunque contesto e per questo non capite, incomprese in quanto differenti: due anime fragili che cercano il proprio posto nel mondo e che vengono automaticamente isolate o guardate con sospetto perché incapaci di essere colte ed apprezzate nella straordinaria unicità che le caratterizza.
Ma forse, in fondo, a loro sta bene così. Perché a loro interessa altro: perché loro vogliono capire chi sono e che cosa vogliono a dispetto di tutti e del disagio soffocante che avvertono sulla propria pelle, delle storture e dei pregiudizi della società che li circonda e di quegli inossidabili vincoli di amore ed odio che li legano alle combattute e onnipresenti figure genitoriali: alla loro intrusiva e spesso goffa dominanza.
Ed è solo attraverso un percorso di crescita e ricognizione di sé fatto di scontri e sussulti, dolori ed ellittiche vaghezze, suoni e canzoni di un tessuto musicale che li accompagna costantemente e che non è semplicemente un personaggio a sé ma una presenza fondamentale e determinante, che approderanno forse alla pienezza di quell’amore (platonico, sessuale, amicale) che conforta e purifica, che unisce e guarisce, e che ci cambia e – sì – migliora l’esistenza: un cambiamento che non condizionerà soltanto la loro, di vita, ma che si ripercuoterà inevitabilmente su quella di tutti, mutandoli per sempre.
Luca Guadagnino ci regala una bellissima pittura. Si prende il suo tempo e lo spezza, lo ferma, lo frammenta, lo dilata, dilacera il tessuto filmico dall’interno, spazza via i cliché, disvela le sensazioni e le sfaccettature dei suoi ragazzi e delle loro poliformi personalità spostando il suo sguardo dall’uno all’altro senza fretta e con leggiadria meravigliosa, con un amore commovente e un rispetto infinito per ognuno di essi che fa tesoro della lezione di Rohmer e di Pialat e forse, per certi aspetti, pure di Kechiche (anche se con mano ben più aerea e delicata), cogliendo e sublimando attraverso la plasticità dei corpi e la flessuosità della macchina da presa il flusso e l’eterogeneità della vita e dei più piccoli particolari della crescita senza giudizi né didascalismi ma anzi con schiettezza e lievità, divagando dolcemente e tenendosi accortamente lontano da ammiccamenti ed estetizzazioni inutili.
Sono tutti importanti, i suoi personaggi: e noi siamo lì con loro, in quella base, con quei militari, in quell’isola (in)felice e apparentemente incontaminata. Capiamo di volerli conoscere, di voler tornare per (più di) un fugace istante a come eravamo e a ciò che ci siamo lasciati alle spalle: a tutti quei ricordi che custodiamo nei meandri della memoria e che potremmo oggi disseppellire ed osservare in un’ottica differente. E questo è sinceramente straordinario.
Ci sono momenti di profonda bellezza e verità umana come il rapporto e i dialoghi a fil di voce fra il padre granitico e repubblicano (ma in fin dei conti insicuro, ovviamente) e la figlia confusa ma combattiva e la conseguente delicatezza con cui viene trattato un tema spinoso e facilmente a rischio come l’arrivo delle prime mestruazioni; la relazione intricata e di toccante complicatezza fra una madre egocentrica ed un figlio turbolento e non capito; una gita in barca al calare del sole che è un capolavoro di sottrazione e non detti; l’astrazione di una preghiera e mille altre immagini, luoghi, parole, situazioni ed emozioni che abbiamo vissuto e che vivremo ancora, e che porteremo nel cuore sempre.
Perché nel mondo e nello sguardo umanista e mai didattico e moralizzatore di Guadagnino vige una complessità che è specchio dell’esistenza. Non è assurdo, quindi, trovare un nero che voti destra o una coppia lesbica che abbracci le logiche militariste: perché l’umanità è un qualcosa di proteiforme, non riducibile ad una formula o racchiudibile nelle stolide e semplicistiche definizioni che Trump vorrebbe: un torrente che scorre con affascinante mutevolezza e che bisogna imparare a guadare con pazienza e con amore, con uno slancio e una weltanschauung capaci di farci (ri)scoprire un genuino senso di appartenenza e di speranza nel mondo e nelle persone che ci circondano (ricorda, non poco, il finale di 8½).
Si finisce col rinnovato e dantesco desiderio di amare e di essere amati, di tentare di essere persone migliori scoprendo i nostri compagni spirituali e di viaggio, di donarsi a qualcuno e di conoscere sé stessi per comprendere ciò che vogliamo e cerchiamo realmente.
E per un attimo ci si sente meno soli, rispecchiati nelle fragilità di queste anime e in quei volti così diversi e così belli nelle loro rispettive individualità e differenze, ripensando a quel che siamo stati e che potremmo trasmettere un domani ai nostri figli e ai nostri amori: a ciò che avremmo potuto essere e che potremmo essere ancora.
Perché la vita è fluida, liquida, multiforme, in continuo mutamento. Come un fiume.
E We Are Who We Are ce lo ricorda con la grazia e la leggerezza dei grandi maestri. Non perdetelo.
Voto: 4/4
