WHITE GOD – SINFONIA PER HAGEN di Kornel Mundruczo (2014)

 

Dopo aver trionfato in maniera inaspettata nella sezione parallela Un Certain Regard del Festival di Cannes lo scorso Maggio, arriva nelle nostre sale l’ultima fatica di Kornel Mundruczo, White God – Sinfonia per Hagen.

La tredicenne Lili (Zsófia Psotta) è un’adolescente scossa dalla separazione dei genitori che trova conforto nella profonda amicizia con il suo cane Hagen. Quando una legge a sfavore delle razze meticce costringe il padre della ragazza (Sándor Zsótér) ad abbandonare l’animale, Lili farà di tutto per ritrovarlo. Ma sarà proprio Hagen che, dopo svariate peripezie, si metterà sulle tracce della sua padroncina. Purtroppo però, le intenzioni del cane sono tutt’altro che pacifiche.

Che il progetto sia spinto da intenzioni nobili e originali (riflettere sul tema dell’oppressione, della ribellione e del rapporto tra superiori e subalterni in maniera allegorica), è fatto del tutto indiscutibile. Ciò che però finisce quasi subito sotto la lente d’ingrandimento più cinica e spietata del mondo (quella del pubblico in sala) è che White God – Sinfonia per Hagen si dimostra in realtà un’operazione sbagliata e superficiale.

Il regista non riesce a catturare l’attenzione dello spettatore a causa di un utilizzo improprio dello stile cinematografico adottato (una camera a mano continuamente invasa da zoomate fuori luogo che rimandano a correnti autoriali lontanissime dalle vette raggiunte dal film in questione, ralenti retorici, un’estetica pulp evitabile, un uso troppo enfatico della colonna sonora ecc.) e, soprattutto, per via di una struttura narrativa e contenutistica vacua e scialba.

Il film infatti mette troppa carne al fuoco nella prima parte in cui si spazia in diversi campi senza mai approfondire le questioni con la giusta cura: il rapporto genitori/figlio, schiavi/padroni, la crudeltà degli uomini nei confronti degli animali e dei loro stessi simili, il razzismo ecc. sono tutti spunti proposti ma mai affrontati degnamente.

Il lungometraggio annaspa lungo due ore in cui le banalità affiorano sempre di più (come le lotte clandestine, la vendetta del cane o la missione salvifica della musica accompagnata dall’amore della ragazza) con l’unico merito di aver gestito al meglio le sequenze finali in cui un vero e proprio branco di randagi si aggira minaccioso per le vie di Budapest.

Voto: 1,5/4