Wild Horse Nine, la recensione del film di Martin McDonagh

Di Francesco Pozzo

Martin McDonagh non è né un genio né un incapace: è semplicemente un regista poco interessante specializzato in film fintamente acuti e sterilmente divertenti. Film che sembrano (anzi sono) tutti uguali, intercambiabili, assolutamente inoffensivi (ed è proprio per questo, naturalmente, che piacciono all’Academy).

Lui viene dal teatro, e si vede. Ama la parola, adora (ovviamente) Tarantino (quanti danni…); ma, come sempre più spesso accade, è un pedestre metteur en scène. Le sue immagini non sono pregnanti, icastiche, incisive (e con la Monument Valley, francamente, siamo bravi tutti). Lui punta tutto su un simbolismo d’accatto e sulla brillantezza di dialoghi che sono in fondo sempre gli stessi, ripetuti all’infinito, in loop, quasi meccanici: e che tradiscono, se non vuotezza, una pochezza di contenuti e una furbizia calcolata.

Sterilità, come detto, è la parola chiave. E forse anche le idee non sono poi così eccelse, se il nostro procede ancora una volta per inerzia riciclando – meglio: scopiazzando tranquillamente – buona parte della sua produzione passata, in primis In Bruges (il suo film migliore), con Steve Buscemi che prende la parte che fu di Ralph Fiennes, o il più recente, sempre presentato (e incensato) a Venezia Gli spiriti dell’isola (cambia giusto la location, ma neanche troppo). C’est tout.

Il rischio vero è che, sfruttando l’alibi della (doverosa) riflessione su un’America devastata dal fanatismo e dall’idiozia violenta (e, di riflesso, su un mondo intero che sprofonda inesorabilmente nel caos) e malcelandosi dietro all’apparentemente nobile ma in fondo astuta volontà di investigare temi complessi e delicati come l’amicizia, il dubbio, il tradimento o il sospetto, McDonagh riesca nella cinica impresa di farci scambiare i suoi film per qualcosa che non sono, inducendoci a conferirgli uno statuto artistico al quale non possono intrinsecamente ambire.

Perché non prenderli, allora, per quello che realmente sono, cioè degli innocui, leggeri e coloriti divertissement in cui il grande attore di turno (questa volta Sam Rockwell e il dio Malkovich, che è ovviamente immenso e che verrà certamente ricoperto di premi) si divertono – palesemente – come matti? Noi, forse, un po’ meno. O quantomeno non ragionatamente.

Voto: ★★½/☆☆☆☆