Winter of Crow di Kasia Adamik, la recensione

di Giulia Pugliese

A volte si resta intrappolati nella storia, anche senza volerlo: è quello che succede alla protagonista di Winter of Crow, importante professoressa inglese di psicologia che accetta di tenere una serie di conferenze in Polonia nel 1981, poco prima della caduta del regime, e rimane invischiata in qualcosa di più grande di lei.

Il film mette assieme una regia claustrofobica, veloce e vicina ai corpi dei personaggi, con un utilizzo del suono molto presente e che pervade l’opera. Quello che vediamo è una specie d’incubo da cui non ci svegliamo mai: ci si sente in una trappola da cui non si può sfuggire. Il film, con la sua messa in scena, ci dà proprio l’idea della stanchezza, della difficoltà e dell’impossibilità di comunicare, capire e farsi capire, di cui è vittima la protagonista.

Da perno l’interessante personaggio centrale, Joan Andrews, che già prima degli avvenimenti storici si dimostra una donna anticonformista e autonoma, con la missione di portare una psichiatria diversa, più umana. La sua convinzione di poter portare le sue idee anche in un paese socialista s’infrange con il suo arrivo: quello che vedrà è un paese diviso, sull’orlo della guerra civile, rimanendo però sempre estranea e non capendo bene cosa succede. All’inizio il personaggio è incapace di empatizzare con le sofferenze del popolo polacco, poi la vicinanza con una giovane dottoranda di psicologia, Alina (interpretata da Zofia Wichłacz), la farà ricredere.

La protagonista ha il volto dalla brava Lesley Manville, volto noto al grande pubblico per il cinema di Mike Leigh, e per ruoli secondari in Il filo nascosto, in Queer e in molte serie come Disclaimer, Grotesquerie e Citadel, qui finalmente ottiene un ruolo diverso dalla classica “signorotta inglese”, in cui brilla e si prende il suo giusto spazio.

Tratto dal romanzo di Olga Tokarczuk, premio Nobel 2018, la volontà non è solo quella di dare un’idea di quanto il mondo occidentale fosse ignaro e menefreghista rispetto a ciò che succedeva a Est — per certi versi complice — questo Occidente lascivo e fintamente ignaro, che ha il volto dell’ambasciatore inglese interpretato da Tom Burke; ma anche di creare un thriller teso e godibile, dove si intrecciano diverse tematiche: il parteggiare, il privilegio di essere cittadini di un paese nella sfera occidentale e la durezza di certi regimi.

Essendo un film su una psicologa, non può fare a meno di rifarsi allo spazio del manicomio, che diventa metafora di un isterismo collettivo, e al tema del sogno, che si muove tra la premonizione e le paure ataviche.

Winter of Crow porta in sé una trama complessa, mai banale, sorretta da scrittura e regia. Ci affezioniamo alla sua protagonista, ma è la natura thriller il punto di forza del film: il gioco del gatto e del topo, i risvolti quasi spionistici e gli espedienti che la protagonista trova prevalgono sugli aspetti storici e politici, rendendolo a tutti gli effetti un thriller con ambientazione storica, come è stata tanta filmografia americana (Caccia a Ottobre Rosso e La Casa Russia). Ma è interessante vedere questo tipo di narrazione da una regista polacca, che è anche la figlia di Agnieszka Holland: come se il cinema polacco stesse rivedendo la propria storia. Questo fenomeno si è visto anche in tanta cinematografia del paese recente, come quello di Małgorzata Szumowska e Jan P. Matuszyński (Senza traccia), dove la storia polacca viene rivisitata in diversi generi.

Non è solo un film sulla Storia, e non è solo un thriller, ma anche un film su un personaggio che deve decidere da che parte stare e che, nonostante la sua grande capacità di analisi e intelligenza, si sentirà piccola e in balia degli eventi, ma saprà prendere posizione.

Finale al cardiopalma, che mantiene la claustrofobia del film ma poi si libera — e libera anche lo spettatore — dalla tensione.

Voto: ★★½/☆☆☆☆