WONDER WOMAN di Patty Jenkins (2017)

 

Finalmente arriva sul grande schermo, dopo anni di sogni, fantasie, speculazioni – e in più i nomi di sostanzialmente mezza Hollywood rosa coinvolti per il title role, da Sandra Bullock a Catherine Zeta-Jones, senza trascurare Angelina Jolie. E Wonder Woman, e oggi non poteva trovare ispirazione peggiore. Si proceda per ordine: non è peregrino affermare che c’era una certa attesa per il primo film dedicato all’eroina DC creata nei primi anni Quaranta da William Moulton Marston. Avevamo fatto le prove generali con Batman vs. Superman: Dawn of Justice, e – sebbene il film di Snyder fosse tutt’altro che encomiabile – Gal Gadot ne usciva abbastanza bene.

Oggi, però, il titolo che la vede protagonista assoluta… fa acqua da tutte le parti. Se bisogna trovare dei colpevoli, be’, l’atmosfera dei DC Extended Universe di impronta Snyder certo non aiuta: opere asfittiche, senza carattere, dalla prossemica ormai schematica (fa eccezione Suicide Squad, ma lì i problemi sono altri). Eroi monolitici, qualche battuta simpatica e ultimi quaranta minuti di gran casino, con in più due o tre rimandi cristologici – buoni e cattivi più volte planano dal cielo con impeto risolutivo.

Qui, però, qualche spiraglio di positività c’era: in primis perché Diana Prince è di gran lunga più simpatica di Superman e di Batman combinati insieme, in secondo luogo perché Patty Jenkins, la regista, non è una sprovveduta (Monster è un film tutt’altro che perfetto, ma non per questo poco interessante).

Peccato che, per quanto provi a restare vicino alla storia originaria, la Wonder Woman di oggi non sia né teoretica – ogni riflessione sul femminismo è praticamente assente – né incisiva in alcuna maniera.

Ci sono degli sprazzi trash – tutta la prima parte sull’isola di Themyscira, che forgia la guerriera a un mondo ideale ma non a quello vero fatto di guerre, di morti, di dolore – che Jenkins non ha il coraggio di perseguire a fondo. Gadot, in questo, non ha colpe: non è una grande attrice, ma ha il fisico e il carisma adatti, si impegna a fondo, fa ruotare attorno a sé i pochi momenti brillanti di una pappardella noiosa e infinita (quasi due ore e mezza!), infarcita di un buonismo che diventa quasi insopportabile e da una velata filosofia da ipermercato sul rapporto tra uomo e divino, qui teorizzata (sic!) dalla figura di Ares, dio della guerra bandito da Zeus e pronto a instillare il male negli umani per spingerli a distruggerli tra loro – seriously?

E poi la guerra, i tedeschi cattivi, Danny Huston col pilota automatico e Chris Pine che in fondo fa il suo mestiere e porta a casa con dignità la sua scanzonata spia fatta con lo stampino. Nulla di veramente interessante; tante cose parecchio irritanti, poi, negli ultimi quarantacinque minuti. Un’accozzaglia di frasi fatte e di combattimenti che sopprimono ogni barlume di speranza, azzerano anche il pensiero più ipertrofico, tengono incollati alla poltrona per inerzia. Ed è subito voglia di Lynda Carter. Forse ci saranno stati meno effetti. Forse quella serie era tagliata con l’accetta. Ma tant’è.

Voto: 1,5/4