WOODY di Robert B. Weide (2012)

Tutto quello che avreste voluto sapere su Woody Allen… ma non avete mai osato chiedere. Dopo la scorpacciata veneziana (da La nave dolce di Daniele Vicari a Bad 25 di Spike Lee) si torna a parlare di cinema documentario con Woody, omaggio al regista di Io e Annie (1977) e Zelig (1983) – questi appaiono oggi i due titoli più importanti della sua carriera – diretto da Robert B. Weide, autore più noto per il piccolo che per il grande schermo. In effetti, Woody è un progetto nato  da un’idea della rete televisiva americana PBS, che l’ha anche prodotto, prima che venisse distribuito nei cinema di diversi paesi del mondo. Più  biopic che documentario, il film segue tutta la vita di Allen, dall’infanzia ai primi ingaggi adolescenziali, come barzellettiere per comici e quotidiani, fino ai successi televisivi e, soprattutto, cinematografici. Infatti, forse non tutti sanno che, Allen è stato anche un autore del piccolo schermo, un cabarattista, un ospite di talk show, prima di esordire alla regia con Che fai, rubi? del 1966.

Anche al cinema Allen ha trovato pane per le sue velleità di scrittore, oltre che di regista: il suo ruolo di sceneggiatore, spesso visto in secondo piano rispetto a quello di attore e regista, è uno degli elementi che forse ha maggiormente fatto la differenza nel successo delle sue opere. Alternando nuove interviste, al regista oltre che ai suoi collaboratori e amici, a un’ampia mole di materiale di repertorio, Weide nel complesso ottiene un buon risultato, seppur segua piattamente la cronologia della vita del protagonista e si affidi eccessivamente a spezzoni delle sue opere. Il ritmo a volte ne risente e diversi momenti appaiono un surplus non necessario, piuttosto che un valore aggiunto alla pellicola: non a caso, nelle sale italiane uscirà una versione ridotta a 113 minuti rispetto agli oltre 200 originali. Se Barbara Kopple, nel 1997 con Wild Man Blues aveva saggiamente circoscritto il tema unicamente all’Allen clarinettista, riuscendo a realizzare un documentario tutt’altro che banale, anche se dimenticato; Weide, nel tentativo di offrire una panoramica su tutta la carriera, si dimentica alcuni passaggi, trascurando gli ultimi anni della produzione del regista o quantomeno una messa in discussione del reale valore di tutte le opere del prolifico cineasta. Alcuni passi falsi non minano comunque un lavoro rigoroso, che farà impazzire positivamente i fan del regista (molto meno chi è poco interessato all’argomento), di cui potranno ammirare la vita e i miracoli. Manca la morte, in qualche modo presente quando, in uno dei momenti più importanti dell’intero documentario, un giornalista a caccia di scoop durante un recente Festival di Cannes, chiede ad Allen se abbia cambiato il suo approccio nei confronti dell’argomento. Lui risponde di no, alla morte resta sempre contrario. Questa e tante altre battute sono il ritratto migliore di Woody: quando il cinema si abbandona (in fondo quello già lo conosciamo) per lasciare spazio all’uomo.