Zack Snyder’s Justice League, la recensione

A cura di Francesco Pozzo

Zack Snyder’s Justice League è un’opera a suo modo senza precedenti che ci ricorda con epicità solenne il buco abissale che ci separa dai nostri padri: quel vuoto nero, incolmabile e assordante che cambia il corso delle nostre vite mutandole non di rado in peggio. Flash, Cyborg, Superman, Batman, Aquaman, Wonder Woman: non ce n’è uno che abbia un rapporto conciliante con le figure genitoriali (quando presenti); questo nocciolo tematico, spesso presente nell’affollato mondo dei superuomini in calzamaglia, è sviscerato nell’occasione specifica in maniera esemplare.

Direte: certo, ma arriverà la redenzione, no?

Ebbene, no, non c’è una redenzione, ma nemmeno una conclusione pessimistica: bensì qualcosa di più sfumato e complesso. Sembra assurdo parlare di sfumature e complessità in riferimento al cinema di Zack Snyder, noto grezzone dotato da sempre di una certa panache visiva che la Marvel si sogna: ma il dolore ti cambia, e quando scorgiamo l’anima dell’uomo, scorgiamo un film degno d’interesse.

Questa, difatti, è la storia di qualcuno che ha vissuto il dolore più straziante che una persona possa conoscere (la perdita di un figlio) e che ha imbevuto ogni singolo fotogramma e venatura del suo lavoro di quel dolore lì; e si capisce perfettamente, una volta visto, quanto sia arduo parlarne senza scinderlo dalla tragicità dell’elemento privato: un esempio nitidissimo di vita che fluisce in un film.

Che è fosco, esagerato, smargiasso, dolente, disperato. Forse, diciamolo, senza speranza. Né Nolan né Marvel: solo Snyder. La storia di un uomo a pezzi che specchiandosi nelle sue paure e creature cerca disperatamente la forza per ricominciare.

In effetti, scoraggiava non poco l’idea di sorbirsi l’ennesimo, sfibrante e stomachevole esempio di cinecomic turgido e ampolloso rientrante nella nutritissima categoria: ‘Tutto troppo e non abbastanza’: e invece non solo ingrana tutto egregiamente, ma è anche un film in cui è bello indugiare.

Chiaramente, Covid o non Covid, la lunghezza del tutto (242 minuti: che può oggettivamente spaventare, capiamo) avrebbe automaticamente precluso il passaggio in qualunque sala di qualunque realtà terrena e parallela (sarebbe uscito, tutt’al più, un incrocio fra l’abominio di Joss Whedon presentato nel 2017 – la cosiddetta, irricevibile Josstice League – e questo): ma questa natura ibrida, manicale e meticolosa permette di goderne appieno dal primo all’ultimo minuto. Non solo: di seguirlo senza controllare l’orologio, cosa piuttosto impressionante.

Non aspettatevi, dunque, essenzialità: ma il ritmo tiene perfettamente, il 4:3 è fantastico (Snyder, tenetevi forte, ama il cinema classico), la plasticità e l’armonia delle forme e delle proporzioni fra i corpi titanici e gli spazi apocalittici straordinaria, visivamente è un godimento continuo (ah, la pellicola!), e, soprattutto, la squadra ha una certa chimica.

È più che lecito, sfogliando il non troppo fausto curriculum DC, che molti lettori e spettatori possano aspettarsi, nell’ordine: il canonico super pompato acquatico; il canonico super pompato con costume da pipistrello; il canonico super pompato metallico; il canonico super pompato con la S stampata sul petto con l’aggravante di un minacciosissimo costumino à la Spider-Man 3; la canonica bellezza sfolgorante in costume da amazzone in vena di delirante female empowerment 2.0; la canonica spalletta idiota (spiace molto, ma Flash non l’hanno tolto): chi si prefigura, insomma, l’ennesimo, catastrofico esempio di fumettone testosteronico con cui chi scrive, cresciuto con l’umanità e le debolezze dello Spider-Man di Sam Raimi, non sarebbe mai riuscito a connettere, può tirare un sospiro di sollievo: perché non solo va riconosciuto che ognuno di questi supereroi possiede un suo arco narrativo, una sua storia, un suo punto di vista, ma che è tutto al posto giusto, perché frutto di passione vera.

Il ‘film’ precedente, come già detto, non era un film ma un mostro: e continua ad essere patetico il tentativo di emozionarci rimandando ad un passato e a un universo che, semplicemente, non è stato costruito (è noto che, se mancano le fondamenta, non c’è casa che possa reggere); ma se preso in disparte, dimenticandosi per un momento gli orrori precedenti e facendo finta che qualche cosa di compiuto sia realmente accaduto, funziona.

Zack Snyder’s Justice League è la visione folle e personalissima di un autore che tiene concretamente ai suoi personaggi e che non ha mai fatto cinema per il mero gusto di portare a casa l’assegno: che conosce a fondo le loro ragioni e la loro mitologia, e le dà forma su schermo con vigore autentico e viscerale.

Si ami o si odi, Zack Snyder ha messo il dito nelle piaghe aperte della sua anima dando sfogo e consistenza ai suoi fantasmi: e non si può non riconoscergli una libertà e un’onestà intellettuale che, detto francamente, non è cosa da tutti.

Uniche pecche, minimali: la CGI à la PlayStation, che invecchierà dopodomani, e Jared Leto (che scimmiotta Heath Ledger): ecco, anche no.

Voto: 3/4