ZERO DARK THIRTY di Kathryn Bigelow (2012)

Un singolare punto di contatto unisce due dei film che quest’anno si contenderanno i maggiori riconoscimenti dell’Academy. Steven Spielberg e Kathryn Bigelow, due tra i cineasti più rappresentativi del cinema americano contemporaneo, nei loro rispettivi ultimi film hanno raccontato le uscite di scena di due figure chiave, sebbene antitetiche, della Storia americana. Abramo Lincoln e Osama Bin Laden configurano i poli opposti non solo di una mitologia nazionale eretta sulle categorie dialettiche di salvezza e distruzione, ma di un unico epos fondativo che non può prescindere, nel farsi cinema, dalla manipolazione di un immaginario collettivo diffuso. Sottratto alla didattica del monumento per essere consegnato alla profonda comprensione umana, come nel caso dell’enorme Lincoln spielberghiano, oppure per sempre annegato nel buio indistinto della minaccia terroristica invisibile, come nel lungo resoconto interno alla Cia del film di Kathryn Bigelow.

 “Zero Dark Thirty”, espressione militare che indica la fascia oraria notturna dopo la mezzanotte, momento di piena oscurità ideale per operazioni di massima segretezza, coprendo un arco temporale di 11 anni racconta l’intero, travagliato corso delle investigazioni che dopo numerosi buchi nell’acqua resero possibile l’eliminazione del numero uno di Al-Quaeda. Fulcro della accuratissima ricostruzione delle operazioni di intelligence che il 2 Maggio del 2011 conducono alla uccisione di Osama Bin Laden ad Abbottabad, Pakistan, è la giovane detective Maya (una magnifica Jessica Chastain). Il suo intuito femminile e la sua tenacia si dimostrano essere le uniche armi efficaci nel portare a termine con successo la missione. Nel passaggio dalla presidenza Bush a quella Obama i metodi autorizzati di indagine subiscono un brusco cambiamento, raccontato nel film con un senso della realtà scevro da ogni condizionamento ideologico. La rappresentazione delle torture inflitte dagli agenti della CIA ai prigionieri afghani, che molto ha fatto discutere, stigmatizza alcune pratiche abominevoli, come il waterboarding, per quello che realmente furono: gravissime violazioni dei diritti individuali che non servirono a conseguire nessun risultato concreto nella lotta al terrorismo, e che piuttosto precipitarono l’intelligence americana in un vicolo cieco di depistaggi, passaggi a vuoto e disastrosi errori strategici.

L’operazione teorica che Kathryn Bigelow sviluppa nel suo film è speculare rispetto a quella che Brian De Palma nel 2007 aveva realizzato con il suo Redacted. Partendo da posizioni politiche in apparenza distanti, entrambi evidenziano i limiti e le potenzialità del cinema nel poter illuminare/oscurare frammenti di verità, sulla scena dei due più controversi conflitti bellici nella storia recente degli Stati Uniti. Dallo scenario iracheno De Palma, mediante l’utilizzo di svariati formati di immagine, fece emergere verità fino ad allora negate. Kathryn Bigelow sceglie di muoversi in direzione opposta, mettendo in scena, con tutti i mezzi consentiti dalla tecnologia, una caccia all’uomo che dagli stessi mezzi cinematografici vede costantemente negata la visualizzazione del suo reale obiettivo. Anche dopo la morte quella di Bin Laden rimane una corporeità privata della vita ma mai offerta alla compiaciuta contemplazione della macchina da presa. Negata allo sguardo e come tale destinata a sopravvivere alla sua stessa cancellazione. E’ l’ennesima dimostrazione del talento e delle eccellenti capacità di una tra le più grandi Signore del cinema, in un film forse meno immediato ed empatico rispetto al precedente The Hurt Locker ma che, sostenuto da un ineccepibile equilibrio stilistico e da una grande solidità narrativa, costituisce un crocevia fondamentale in questa già densa stagione cinematografica.

 

Voto: 3/4