Far East Film Festival 2025, la recensione di Decoded: sogni e guerra tra Cina e Taiwan

di Valeria Morini

La Cina continua a sfornare film ad alto budget e con forte spirito patriottico, come conferma Decoded, presentato al Far East Film Festival numero 27 e diretto da Chen Sicheng. Torrenziale nella durata, denso e ambiziosissimo, è un kolossal ambientato nella Repubblica Popolare cinese negli anni 40-60 e dedicato al mondo dello spionaggio, vissuto dal punto di vista dei crittologi chiamati a decifrare i messaggi segreti del nemico (americano) e in particolare di un matematico timido ma plusdotato che cambierà le sorti della guerra fredda con Taiwan. Nel cast, spunta anche un inatteso John Cusack.

Questo lavoro monumentale per scenografie ed effetti speciali è un po’ un mix di The Imitation Game e Oppenheimer in salsa cinese (Chen Sicheng a quanto pare ama Nolan perché ci pare di vedere anche qualche strizzatina d’occhio a Inception), che si presenta in apparenza come un biopic ma in realtà è una storia di finzione tratta da un romanzo di Mai Jia, già adattato in una serie. Vent’anni di storia cinese sono filtrati attraverso la vita insolita del talentuoso Rong Jinzhen, eroe della patria suo malgrado, un “gifted” che da geniale studente si trasforma in agente al soldo del governo con l’obiettivo di decifrare i complicatissimi codici creati, ironia della sorte, dal suo mentore (Cusack), professore ebreo trasferitosi negli Usa.

Con un ricco e sontuosissimo affresco storico a fare da sfondo, Decoded è un viaggio affascinante e sinuoso nella mente umana e in particolare in quella di un neurodivergente come il protagonista, nelle sue difficoltà a relazionarsi con gli altri e nel rapporto di amore e rivalità mentore/allievo. Un personaggio davvero interessante quello di Jinzhen (incarnato da un bravissimo Liu Haoran), al centro di un film che tuttavia resta schiacciato – come moltissime produzioni cinesi – nella sua retorica nazionalista (anti-Taiwan) che invade sia il contenuto sia la forma, la quale si fa ampollosa, ridondante, didascalica talvolta in modo insopportabile (per quanto si percepisca anche una certa ostilità verso le rigidità del regime cinese).

Malgrado questi difetti, sommati a una durata eccessiva, il film conta comunque un certo numero di sequenze davvero bellissime e spettacolari, tra cui soprattutto quelle oniriche: i sogni rappresentano per il protagonista il veicolo per tradurre i codici cifrati e vantano un ampio dispiego di effetti visivi impressionanti. Ed è proprio in questi momenti, persino visionari, che la regia tira fuori le sue zampate vincenti (si veda l’uso curioso del brano I Am the Walrus dei Beatles) mettendoci di fronte a un film capace di irritare ma anche di colpire, di passare continuamente dal semplicismo alla meraviglia visiva che lascia a bocca aperta.

Voto: ★★/☆☆☆☆