Wildwood di Travis Knight, la recensione

di Giulia Pugliese

“È come se crescere non significasse avere le risposte”

Quando l’ambizione e il genio s’incontrano nascono prodotti così, Wildwood riesce a unire cinema, narrazione e un’animazione sorprendente. La complicata stop-motion arriva al suo apice, il film porta in scena numerosi personaggi, con espressioni differenti e cambi di costume, scene di battaglie volanti e creature sempre più piccole, complicatissime da fare con la stop-motion. La complessità e la tecnicità della scena non sono una mera prova di stile, ma vengono messe in funzione per raccontare una storia che parla dell’uomo, del suo rapporto con la natura e la magia. Pru è una ragazzina ribelle e scettica, che in un moto di ribellione si vedrà rapire il fratello e dovrà raggiungere una foresta incantata per liberarlo.

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Giorni felici di Susanna Nicchiarelli, la recensione

di Giulia Pugliese

“Adesso che farò?”

Il tema centrale della filmografia della regista è il femminile, dalla sua prima opera Cosmonauta, ai biopic poco ortodossi di Nico e Miss Marx, dove raccontava la vita di Eleanor Marx, la figlia del filosofo, passando per Santa Chiara: le sue protagoniste anticonformiste emergono forti e nitide in società maschili che non le capiscono e che non le tutelano. Ma sono sempre capaci di trovare la loro strada. Anche Giorni felici parla di questo: Claudia, interpretata dalla brava Carlotta Gamba, attrice troppo sottovalutata del nostro panorama, è una giovane donna alla ricerca di se stessa, è confusa, in primis su chi è, perché quando prova emozioni forti si trasforma in una bestia, una bestia piuttosto graziosa e docile, ma che lei non riesce a controllare. L’incontro e la relazione con un uomo più grande, Giorgio, che ha il volto di Riccardo Scamarcio, la metterà ancora più in confusione, la renderà più fragile e meno sicura di sé.

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Mariage au goût d’orange di Christophe Honoré, la recensione

di Giulia Pugliese

La famiglia è l’unità di misura dei film di Christophe Honoré: famiglie poco perfette, famiglie che si disintegrano, famiglie che si creano e perdite familiari. Mariage au goût d’orange è il sunto della filmografia del regista francese, affresco reale e crudo della famiglia Puig, una famiglia allargata con diverse generazioni, dove la madre, la capostipite, ha avuto 7 figli. Il nucleo di parenti si è riunito per celebrare il matrimonio di Jacques, il fratello più piccolo, e Martine, una coppia giovane, bella e innamorata, nonostante questo, piena di dubbi sul futuro, creati dal proprio passato, anche familiare. Proprio mentre una nuova famiglia si crea, altre invece si disgregano.

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Rocky sono io di Peter Farelly, la recensione


di Giulia Pugliese

“Come posso convincere qualcuno se non credo in me stesso”

Da qualche anno Peter Farelly si è messo in solitaria, abbandonando la collaborazione con il fratello, ma non la comicità, anche se il regista ha dimostrato di essere a suo agio con temi drammatici. Infatti, il film Green Book gli ha permesso di vincere l’Oscar per miglior film e sceneggiatura nel 2018. Peter Farelly è e resta il co-padre delle migliori commedie demenziali degli anni ’90 e dei primi anni 2000: Scemo e più scemo, Tutti pazzi per Mary, Io, me e Irene e Amore a prima svista.

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Mustang di Kasia Smutniak, la recensione

di Giulia Pugliese

Kasia Smutniak torna al documentario, riprendendo la formula della sua prima opera, Mur: raccontare il mondo utilizzando anche le sue esperienze personali. Mur, infatti, essendo girato tra la Polonia, terra natia della regista, e la Bielorussia, si prestava a riflessioni familiari e sul suo passato. Ora anche in Mustang il passato della protagonista la insegue e sembra in qualche maniera
imbrigliarla.

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The Color of the Sun di Xavier Tera

di Giulia Pugliese

“Sono sicura che ce la farai, non devi preoccuparti della vita”

The Color of the Sun è un esordio sbalorditivo, ricco di contrasti e di profondità: un ragazzo che vuole scappare dal suo luogo di nascita, un altro che deve andare via, ma vorrebbe rimanere, due ragazzi entrambi senza padre, nati entrambi a Okinawa, entrambi che si questionano su chi sono e che cosa diventeranno. L’importante differenza tra i due è che il protagonista Kamei, detto K, è un ragazzo giapponese, mentre Colin è americano e vive in una base militare. L’opera gioca moltissimo sulle identità multiple: Colin è americano, ma è nato a Okinawa e si sente parte del posto, tuttavia è un privilegiato e non parla la lingua locale e non vive come gli altri abitanti di Okinawa. Mentre Kamei, che è giapponese a tutti gli effetti, sogna altri luoghi e vorrebbe andare via.

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I Love Booster di Boots Riley, la recensione

di Giulia Pugliese

“Forse le persone non vogliono essere l’opera d’arte, ma essere gli artisti”

Boots Riley negli ultimi anni con le sue opere è riuscito a mettere insieme mondo pop (iper pop, iper colorato, iper strampalato come è I Love Booster) con una visione politica, un esempio è il suo film del 2018 Sorry to Bother You, che trattava il tema del razzismo strisciante nella società americana, dove un centralinista per vendere i suoi prodotti deve fare la voce da bianco.

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Tangles di Leah Nelson, la recensione

di Giulia Pugliese

L’animazione è sempre più capace (mentre il cinema di finzione lo diventa sempre meno) di raccontare i grandi temi umani, con delicatezza e determinazione. E sono proprio queste le parole che vengono in mente quando si pensa a Tangles. Un film che parla del trauma dello scoprire che i propri genitori sono finiti e che non sono per sempre gli eroi che immaginiamo da bambini.

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