NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, la recensione del documentario che svela gli orrori di Gaza

di Valeria Morini

“NAZA” è un acronimo, che indica i “danni collaterali” registrati durante i bombardamenti dell’esercito israeliano su Gaza dall’ottobre del 2023. Ovvero, le migliaia di civili massacrati sotto il fuoco di missili e droni, con l’unica colpa di trovarsi nei medesimi palazzi di presunti operativi di Hamas. Se prima gli unici a parlare della tragica situazione di un’area per mesi vietata a tutti erano i giornalisti palestinesi, ora a far luce sono anche altri, in primis attivisti israeliani dissidenti come Yuval Abraham e Rachel Szor che con questo documentario presentato in concorso a Venezia 83 (dove ha vinto il Premio speciale della Giuria) intervistano tecnici dell’Idf sulle modalità dello sterminio dei Gazawi. Che sono a dir poco sconvolgenti.

Il tema della Palestina è caldo e ormai trattato in molte forme da un cinema sempre più bisognoso di confrontarsi con l’oggi e e scavare nella ferita mediorientale, da La voce di Hind Rajab, dove la ricostruzione attoriale dialoga letteralmente con voci e immagini autentiche (non a caso anche lui presentato a Venezia), fino al più convenzionale ma importante Palestina 36, che scava nel passato da cui è nato uno dei più lunghi conflitti della storia umana.

Naza è però un documentario, un prodotto giornalistico che è già costato a Yuval Abraham e Rachel Szor l’ostracismo di alcuni politici israeliani. Loro sono due dei quattro registi dell’ormai celebre e altrettanto potente No Other Land e dalla Cisgiordania occupata dai coloni si spostano sui terrazzi di Tel Aviv, dove Yuval Abraham, facendo seguito a inchieste già pubblicate da alcune testate tra cui il Guardian, dialoga con 24 persone che fanno o hanno fatto parte dell’esercito israeliano. Le voci sono ovviamente manipolate per evitarne il riconoscimento e i colloqui si tengono tutti di notte, alternati a riprese dai tetti della città che mostrano la vita degli abitanti che scorre normalmente. NAZA è tutto così, scarno ed essenziale da un punto di vista cinematografico: mentre gli intervistati raccontano particolari scioccanti a Yuval che cerca di mantenere la compostezza del giornalista, attorno a loro le esistenze dei cittadini continuano come se fossimo in qualsiasi altro Paese, eccetto che per le televisioni costantemente accese sui telegiornali. E in qualche modo ci sembra di spiarli attraverso i vetri delle finestre dei loro palazzi, un po’ come fa l’Idf che sorveglia ogni singolo edificio di Gaza.

Fatta eccezione per la tecnologia digitale che ha contraffatto voci e volti per rispettare l’anonimato, Naza è anche molto “analogico” e minimale, perché le rivelazioni arrivano dalle parole e da piccoli schizzi fatti dai testimoni per visualizzare in qualche modo l’orrore: semplici disegnetti per raccontare i palazzi fatti saltare in aria, i quartieri sorvegliati, gli spari sulle persone in fila per il cibo o su quelle che superano la “linea gialla”. Eppure il vero tema è l’uso della tecnologia, e soprattutto dell’intelligenza artificiale, che è centrale nella guerra contro i palestinesi e le cui modalità potrebbero ripetersi in tutte le guerre del futuro. Una prospettiva a dir poco apocalittica e preoccupante.

Perché i testimoni parlano di Lavender, l’algoritmo AI che sceglie chi bombardare, anche se c’è il rischio di sbagliare e di causare la morte di innocenti. O del fatto che l’Idf controlla ogni singolo telefono di Gaza, può entrarvi per leggere i messaggi, captare le chiamate o guardare le gallery di foto, decidendo così quando colpire un obiettivo di Hamas (con tutta la sua famiglia), anche solo perché una bambina ha chiamato la mamma dicendo che “Papà è tornato a casa”.

Gli intervistati, che sorprendentemente non fanno parte dell’estrema destra di Netanyahu o Ben-Gvir ma di un’unità d’élite formata da giovani colti e progressisti, parlano con una freddezza inquietante ma anche con la piena consapevolezza delle loro azioni e in questa sua semplicità e immediatezza NAZA è evidentemente uno dei film più significativi del nostro tempo, un documento agghiacciante che arriva proprio dal cuore di Israele. E dove è uno degli stessi testimoni che conferma senza esitazioni che quello di Gaza è “genocidio”, arrivando addirittura a tracciare un parallelo con la Shoah, in particolare per la tendenza a disumanizzare il “nemico”: “Penso ancora che i nazisti siano il male, ma io allora cosa sono?”, si chiede l’anonimo intervistato. Non è l’unico interrogativo di un film che pone ancora più domande di quante siano le risposte che offre. Perché il resto del mondo resta a guardare quello che sta succedendo? E, vista l’evoluzione tecnologica che sembra non arrestarsi (non dimentichiamo che il governo israeliano ha spiato anche giornalisti italiani), se domani tutto questo capitasse anche a noi?

Voto: ★★★/☆☆☆☆