FEFF 2026, la recensione di Linka Linka
di Giulia Pugliese
“I film sono sempre più belli della vita reale”
Del Tibet sappiamo poco, è un Paese dalla storia travagliata per le questioni politiche con la Cina.
La sua cinematografia non è molto nota, alcuni film importanti sono riusciti ad attraversare i
confini, come Jinpa di Pema Tseden, che ha vinto alla Mostra del Cinema di Venezia del 2018,
nella sezione Orizzonti come miglior sceneggiatura, e Tharlo dello stesso regista che è stato
selezionato nel 2015 al Festival di Locarno.
Un Paese e una cinematografia avvolti dal mistero. Per questo Linka Linka desta un certo interesse e curiosità. Tuttavia il film non tratta la pesante questione politica del Paese, ma racconta la storia di una giovane aspirante regista, Samgyi, intenta a girare il suo primo film e a rimettere insieme i propri ricordi dell’infanzia, in parte per liberarsene e per cercare di capire.
Nella prima scena del film, la ragazza, che ha appena preso la patente, guida e viene insultata da un automobilista uomo, esempio di quanto quella cultura sia ancora maschilista. Nel film c’è un rimando a queste concezioni mostrando la difficoltà della protagonista, che ha sempre vissuto all’estero, di abituarsi a una società ancora maschilista. Il suo rapporto con il padre, che comunque è più evoluto della media della società, sembra però ricalcare alcune di queste concezioni e lui stesso non capirla nel suo lavoro e nelle sue scelte di vita.
Linka Linka è però un film soprattutto sui ricordi, sul senso di colpa, sulla crescita e sulle relazioni. La ragazza porta dentro di sé qualcosa che per lei è imperdonabile; in realtà quello che mette in scena è un episodio stupido, messo in atto da lei ragazzina, che porta a conseguenze pesanti solo per lei medesima. Come una sorta di karma autoinflitto, Samgyi non riesce però a liberarsi da questo peso, questo la porta a fare una pesante analisi della sua infanzia.
Nell’opera viene toccato anche l’elemento casa: la ragazza infatti ha spesso vissuto fuori dal Paese, non si sente a casa a Lhasa, non capisce i rapporti sociali e le situazioni che la circondano. Vive in una situazione di estraneità e di non appartenenza. Il film mette anche in scena il folklore locale: infatti il Linka Linka è un picnic che si fa in famiglia, presso dei parchi o delle zone verdi. Nel corso del film vediamo questa tradizione tibetana, e in questi momenti la protagonista sembra estranea alla propria cultura. A parte un caro amico, tutto il mondo esterno sembra non capire le esigenze della ragazza o essere diverso da lei.
Inoltre il film spesso s’interroga sull’autenticità dei ricordi e sul perché la sua protagonista sia così legata e afflitta dalle sue memorie. Il cinema ha un potere terapeutico per la nostra protagonista? Il mettere in scena i suoi ricordi l’aiuterà a metterli a fuoco, a capire meglio cosa è successo? Riuscirà a liberarsi dei vari pesi che si è portata addosso? Linka Linka si interroga se sia possibile superare un passato pesante, sugli affetti, che spesso diamo per scontati, e su quelli che abbiamo perso, per farci capire che i ricordi possono essere contaminati o trasformati dalle nostre concezioni, che spesso siamo troppo duri con noi stessi e con chi ci circonda.
Voto: ★★★/☆☆☆☆
