Alpha di Julia Ducournau, la recensione
di Valeria Morini
Dopo la Palma d’oro con Titane, Julia Ducournau non si discosta poi troppo dal body horror con il suo terzo film Alpha. Il corpo e il sangue, elementi preponderanti del cinema della regista francese, sono fondamentali anche in questo lavoro che pure è più drama e meno gore dei precedenti.
Non a caso il film inizia con il tatuaggio che incide e ferisce il braccio di Alpha, tredicenne complicata che vive con la madre (Golshifteh Farahani), medico di origine berbere (come la stessa Ducournau, la cui mamma è di etnia kabyle). Quella “A” scolpita per leggerezza e ribellione potrebbe essere fatale, dal momento che un virus terribile, trasmissibile proprio attraverso il sangue, sta infettando le persone, trasformandole in statue di marmo. Uno scenario quasi fantascientifico, in un film che però non è futuristico quanto calato in una realtà alternativa, terrorizzata dalla paura del contagio. E che è soprattutto un racconto di formazione e una storia famigliare dove gioca un ruolo importante il personaggio del fratello tossicodipendente della madre, uno scheletrico e notevole Tahar Rahim che ha perso ben 23 chili per calarsi nella parte.
Alpha ci parla di dipendenza dalla droga, AIDS, paura dell’altro, ma anche di sradicamento e migrazione, di sessualità, dei turbamenti di un’adolescenza inquieta e soprattutto di famiglia, con il fortissimo rapporto che lega fratello e sorella e la strana simbiosi che si crea tra lui e la nipote. Il film mette insomma tantissima carne al fuoco ed è un lavoro davvero ambizioso se non a tratti imponente, che conferma la Ducournau come autrice pura, alla ricerca di uno stile personale volto a stupire – e spesso a scioccare – lo spettatore.
Questa opera terza, dopo il cannibalico Raw e il già citato Titane che metteva in scena una disturbante fusione tra donna e macchina, tra carne e titanio, mostra un’indubbia potenza attraverso immagini splendidamente costruite: vedi l’elemento conturbante e simbolista dei corpi che si solidificano, abbracci disperati che raggiungono una sorta di sacralità, una notevole sequenza in piscina, sino alla suggestiva scena finale. Questo grande impatto visivo, sottolineato da una intensa partitura sonora, conferma il talento di una regista che non teme gli eccessi e i rischi ma che ancora deve trovare la quadra completa in una cinematografia segnata sia da pregi che difetti.
Alpha sorprende ma si incarta nella sua stessa struttura complessa e bipartita, rivelandosi un film solo in parte riuscito e risolto. Restano comunque le formidabili interpretazioni di tutto il cast: se Rahim è davvero impressionante, sono bravissime anche Golshifteh Farahani, ormai l’attrice iraniana più affermata al mondo, e la giovane Mélissa Boros che interpreta l’adolescente protagonista.
Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025 e al Locarno Film Festival in occasione della premiazione con l’Excellence Award Davide Campari a Golshifteh Farahani.
Voto: ★★½/☆☆☆☆
