Berlinale 2026, Speciale Documentari
di Giulia Pugliese
La Berlinale dà ampio spazio ai prodotti documentari: quest’anno i documentari sono ottantasei, il che ne fa ancora un festival attento al presente e alla crescita di questa forma cinematografica, che negli ultimi anni è centrale nel racconto del presente, del passato e, perché no, del futuro.
Prodotti tutti diversi, dai corti ai documentari storici, come anche l’opera importante di Haile Gerima sul colonialismo italiano in Etiopia, Black Lions Roman Wolves, dove per la prima volta vengono mostrate le atrocità che gli italiani hanno compiuto nel Paese, analizzate da un regista etiope; Wax & Gold di Ruth Beckermann, sull’impero di Haile Selassie, sempre in Etiopia, diventa indagine del Paese ai giorni d’oggi; o Frauen in Berlin, dove la studentessa indiana Chetna Vora, in scambio a Berlino, ha intervistato numerose donne della Germania dell’Est per capire come vivevano.
Non solo il passato, ma anche spazio per il presente: la situazione di un migrante egiziano in Francia e il rapporto con la regista del documentario A Lot Talk; la mascolinità in un paesino di pescatori del Maine nell’opera Bucks Harbor; l’artista visuale Douglas Gordon che mette in scena un suo intimo ritratto ripercorrendo la sua carriera in Douglas Gordon by Douglas Gordon; e la situazione dei territori palestinesi in Collapse, ripresa dal documentarista Anat Even, che in questi territori ci viveva.
Who Killed Alex Oder? e Jaripeo rappresentano due prodotti agli antipodi, ma che sono predominanti nel documentario moderno: il primo è un true crime sull’omicidio dell’attivista palestinese in California, Alex Oder, che approfondisce non solo il crimine, ma anche il contesto politico in cui avviene. Il secondo, tra documentario, videoarte e fiction, ci parla d’identità ibride, della cultura maschilista e ranchera, che si apre al mondo queer, raccontata da un giovane regista omosessuale che in quei territori è nato e cresciuto.
Who Killed Alex Oder? di Jason Osder
Alex Oder era un americano palestinese, assistente alla regia, attivista per la lega che si occupa dell’immagine degli arabi nei prodotti cinematografici e attento alla questione del suo popolo d’origine. Alex Oder collaborava attivamente anche con associazioni ebraiche che tentavano, in territorio americano, di distendere il clima di tensione tra israeliani e palestinesi.
L’assistente alla regia ha come unica colpa di battersi per la sua comunità, esporsi e dire che capisce la situazione dei terroristi palestinesi che il 7 ottobre 1985 hanno preso in ostaggio i passeggeri e l’equipaggio dell’Achille Lauro. Per questo diventa un bersaglio e viene ucciso nel parcheggio del suo ufficio.
L’FBI indaga e prova che esistono cellule terroristiche negli ambienti di estrema destra vicini agli
ebrei americani e a Israele; alcuni dei colpevoli vengono condannati, ma non si arriva mai a una
completa verità e alla condanna di tutte le persone implicate nel crimine.
Negli ultimi anni, il giornalista israeliano David Sheen è riuscito a mettere insieme tutti i pezzi del tassello di una preoccupante relazione tra terrorismo ebraico-americano, governo statunitense e Israele. Il film ce li presenta sotto forma di true crime, usando spezzoni, documenti dell’epoca, interviste e seguendo David Sheen nella sua indagine, approfondendo l’omicidio e scoprendo come è andata davvero, ma focalizzandosi sui collegamenti politici, sul clima storico in cui avvengono i fatti, su come questi abbiano ripercussioni sull’attuale governo israeliano e sul clima del Paese mediorientale. Tutte questi collegameni erano già stati analizzati dal giornalista del New York Times, Robert I. Friedman, nel libro The False Prophet su Rabbi Meir Kahane, membro illustre della comunità ebraica, testimone privilegiato dei rapporti con il governo israeliano, capo delle cellule terroristiche ebraiche di estrema destra, condannato per l’omicidio di Alex Oder e poi morto misteriosamente in carcere. Presentato nella sezione Berlinale Special Presentation.
Voto: ★★★/☆☆☆☆
Jaripeo di Efraín Mojica e Rebecca Zweig
Come si fa a nascere e crescere in una cultura maschilista ed essere omosessuali? Jaripeo analizza l’identità nell’identità: come riuscire ad accettarsi e ad accettare le proprie origini? I jaripeo sono i rodei messicani, dove tutto è concesso: manifestazioni maschili e di mascolinità, dove gli uomini si ubriacano e si concedono effusioni tra di loro. In queste piccole comunità del Messico gli omosessuali, più o meno dichiarati, ed eterosessuali che frequentano uomini esistono; il tabù si sta abbattendo e il documentario pone un focus interessante su come gli uomini queer vivono la loro sessualità in queste realtà, non per forza condannandone gli aspetti maschilisti.
Interviste, ma anche momenti di videoarte, musica techno, colori acidi e vere e proprie scene di finzione: la mescla ricercata dalla messa in scena è la stessa che vuole il suo protagonista/regista, che è un fiero ranchero omosessuale che cerca di non rinnegare le sue origini, prendendo quello che condivide e non vergognandosi della sua sessualità.
Un discorso più complesso del classico film che la Berlinale etichetta queer: un mondo fatto di contraddizioni e del tentativo di normalizzare qualcosa che è ancora tabù.
Voto: ★★½/☆☆☆☆
