The Blue Trail di Gabriel Mascaro, la recensione

di Giulia Pugliese

Oggi, anche nei paesi un tempo in via di sviluppo, come il Brasile, la popolazione anziana è in costante aumento. Da qui nasce l’idea del film: in un futuro prossimo, gli anziani vengono costretti ad allontanarsi dalle città e trasferiti in luoghi specifici per vivere la pensione. Una sorta di deportazione che tutti accettano con benevolenza, ma che in realtà ha un sapore oppressivo e dittatoriale. Tereza, arzilla e in salute, non ci sta: prende i risparmi di una vita e tenta la fuga nella selva. Ne nasce una sorta di road movie alla ricerca della libertà, che con il sorriso riflette sulla vita, sulle fasi dell’esistenza umana e su come la scoperta di sé possa avvenire in qualsiasi momento. Durante il viaggio, la protagonista incontrerà diversi personaggi e imparerà a conoscersi meglio.

Quest’opera tratta un tema che cinematograficamente è già stato ampiamente esplorato, soprattutto dalla cinematografia asiatica, con film come Plan 75 di Chie Hayakawa e La ballata di Narayama di Shōhei Imamura. The Blue Trail affronta l’argomento in modo molto più leggero, una scelta vincente perché permette di fare riflessioni diverse e di distinguersi da altri prodotti. Inoltre, la commedia spesso riesce a mettere in luce gli aspetti problematici della società forse meglio de dramma.

The Blue Trail è un’opera semplice nella messa in scena, arricchita da alcuni momenti visivamente molto belli, ma che punta tutto su una storia avvincente e su una protagonista tenace, a cui è facile affezionarsi. Dimostra che una buona idea (una sola, non otto!), una sceneggiatura solida e attori convincenti possono elevare un film a basso budget, rendendolo narrativamente forte, la sua forza sta nella schiettezza e nella semplicità. La commedia riesce davvero a trattare il tema con profondità e serietà. Il film riprende una riflessione già nota, ma trova proprio nella sua spensieratezza e ironia la chiave vincente per affrontare l’argomento senza alimentare stereotipi e tensioni intergenerazionali. La vecchiaia è un periodo di estrema vulnerabilità e solitudine: nelle società moderne non c’è spazio per la sofferenza, la lentezza, le rughe e la malattia, quindi si preferisce nasconderle. Questo vale persino nelle società sudamericane, dove un tempo gli anziani erano la memoria di un mondo che non c’è più. Tereza, ma anche Roberta, dimostrano che si può ancora lavorare, desiderare e divertirsi.

Piacerà sicuramente alla vecchia critica italiana, che troverà in questo film una nuova giustificazione per rimanere ancorata alle proprie sedie.

Voto: ★★½/☆☆☆☆